La pazza gioia – Un film di Paolo Virzì

Trovo che questo film sia bellissimo, un capolavoro che fotografa l’attuale situazione dell’ambiente psichiatrico e nello stesso tempo mette in luce come si possano e debbano esprimere delle risorse personali, nonostante l’esistenza di diagnosi così pesanti e purtroppo invalidanti. Mi piacerebbe pensare a questa fotografia come ad una metafora di espressione e integrazione che riguarda tutti noi, non solo persone con forte disagio psichico.

La comunità che vediamo nel film è una bellissima struttura, popolata da strane creature abituate (direi cronicizzate) a viverla per ciò che offre: attività all’aperto, lavoro, religione, farmacoterapia, il tutto in un faticoso tentativo di integrazione con ciò c’è fuori (il Direttore Sanitario e la Dottoressa provano a dare una possibilità verso l’esterno). C’è poi l’OPG, Ospedale Psichiatrico Giudiziario, residuo del passato, luogo di crimini dettati dalla “follia”, dove l’aspetto umano non viene contemplato dal gruppo, dall’équipe di lavoro. Insomma una psichiatria che con Basaglia e la chiusura dei manicomi avrebbe dovuto restituire dignità al paziente psichiatrico, individualità, umanità, immaginando una sinergia di strutture e istituzioni che comunicano tra di loro, integrandosi al fine di conoscere il paziente e fornirgli una possibilità di entrare o rientrare nel mondo esterno, pur con difficoltà e problematiche personali. Quello che invece si vede in questo film (e che a mio parere corrisponde alla realtà dei servizi psichiatrici attuali) è una scissione operata da ogni istituzione di cura, qualcuna più benevola (la comunità), qualcun’altra più malevola (l’OPG).

Di fronte a questo scenario di “disintegrazione” ho trovato commoventi alcune scene che vanno in una direzione opposta: quella del tassista che, con grande umanità comprende e cerca di tutelare la fragilità di Beatrice, mettendo un limite laddove lei non riesce; quella del giovane medico dell’OPG, che (per sua iniziativa personale, umana, non per mandato dell’équipe terapeutica) sente il dolore di Donatella e quella dei genitori adottivi che, seppur con difficoltà, le permettono di riabbracciare il suo bambino, restituendole un qualche residuo di sentimento materno che lei non può più vivere. Si tratta però di iniziative personali, isolate, non di una comune politica di sensibilizzazione e umanizzazione sostenuta dai servizi.

Infine, ciò che mi ha profondamente commossa è quello che si vede nella relazione tra le due donne, che trovano l’una nell’altra la possibilità di esprimere le proprie risorse, recuperando un qualche senso di efficacia nella vita. In fondo Beatrice aiuta davvero Donatella a rivedere il figlio e Donatella tocca Beatrice con la sua profonda infelicità, aiutandola a porre dei limiti ai suoi aspetti maniacali. Nessuna delle due “guarirà” mai, Donatella non potrà eliminare quella che lei definisce una “tristezza” che la caratterizza sin da quando era piccola e Beatrice non potrà stare costantemente con i piedi per terra, relazionandosi davvero con un’alterità, ma entrambe potranno “sperimentare” anche un modo diverso di essere al mondo e potranno “esprimere” quello che si portano dentro (brutto o bello che sia), rendendolo utile per qualcun altro.